Che relazione c’è tra tachicardia e attacchi di panico. Scopriamolo con il Dott. Colamonico, Psicologo a Torino.

Il rapporto tra i sintomi manifestati durante gli attacchi di panico e tachicardia è molto stretto. Si pensi che uno dei sintomi più frequenti sperimentati da chi ha avuto un attacco di panico è proprio il vissuto traumatico della tachicardia. La manifestazione di questo stato psicofisico si può descrivere come un aumento della frequenza del battito cardiaco al di sopra del valore considerato nella norma per un cuore a riposo. La conseguenza è una sensazione conosciuta da molti con il termine “avere il cuore in gola”. Questo tipo di sintomo viene riscontrato nelle persone che hanno avuto un attacco di panico. Trattandosi di uno dei sintomi maggiormente diffusi tra chi soffre di episodi di panico, la tachicardia è anche uno dei primi disturbi che viene affrontato durante un percorso di terapia per attacchi di panico da parte di psicologo e psicoterapeuta.

Cosa sono gli attacchi di panico?

L’attacco di panico è un episodio improvviso di paura e sofferenza intensa che si manifesta senza un reale pericolo imminente e che procurano un insieme
di sintomi durante la crisi, quali appunto tachicardia, sudorazione, palpitazioni, paura di morire o di perdere il controllo, dolori e fastidi al petto, sensazione di soffocamento.

Vista la similitudine evidente tra i sintomi di un attacco di panico e tachicardia, risulta necessario distinguere le manifestazioni sintomatiche di un attacco di panico dalle patologie cardiache di natura organica che presentano sintomi simili, poiché il rischio che si corre è di fare una diagnosi errata che ha come conseguenza sia una scelta errata dell’intervento terapeutico, sia preoccupazioni e pensieri errati per il paziente che la riceve.

Ansia, cuore, tachicardia e attacco di panico

L’ansia e il cuore sono strettamente legati tra loro, poiché è risaputo che le manifestazioni di ansia si ripercuoto su sintomi fisici che possono
comportare un cambiamento del normale funzionamento fisico dell’individuo, una somatizzazione fisica appunto, dello stato psichico che si sta vivendo. Per comprendere meglio la differenza tra una manifestazione organica come la tachicardia e una psicosomatica come una crisi di panico, possiamo prendere in considerazione quattro caratteristiche sostanziali che definiscono il
battito cardiaco
:

  1. La sua frequenza. In modo obiettivo, se la frequenza registrata si aggira intorno i 130 battiti al minuto potremmo dire di stare osservando una tachicardia di origine ansiosa e quindi di pertinenza psicoterapeutica. Al contrario, le tachicardie definite di natura cardiologica e quindi organica, hanno una frequenza del battito che supera il 150/200 battiti al minuto.
  2. La ritmia e la aritmia del battito. Anche in questo caso, l’aumento del battito cardiaco durante un attacco di panico agevola la regolarità del ritmo, ed è quindi funzionale alla condizione vissuta, a differenza dell’aumento del battito cardiaco con irregolarità del ritmo, condizione invece presente in persone con aritmie cardiologiche.
  3. Le modalità di insorgenza e di estinzione del sintomo. Nelle persone che stanno vivendo un attacco di panico, si ha una insorgenza dell’aritmia lenta che ha il suo picco più alto in 10 minuti. Nelle persone invece che presentano una aritmia, l’aumento della frequenza del battito cardiaco è repentina sia all’inizio che alla
    remissione del sintomo.
  4. I sintomi correlati. Molti sintomi presenti durante le aritmie sono simili a quelli sperimentati durante un attacco di panico, ma alcuni sintomi presenti durante un attacco di panico non sono osservabili durante una aritmia. In particolare, durante un aumento del battito cardiaco senza un attacco di panico, non possiamo osservare: palpitazioni, brividi, sudorazione, tremori, nausea e disturbi addominali, sensazione di soffocamento, sensazione di depersonalizzazione.

In conclusione, sarebbe necessario avere una buona conoscenza dei sintomi organici e psicologici delle due condizioni prescritte per evitare di incorrere in errori di diagnosi che possono comportare un peggioramento dello stato di salute psicofisico della persona e soprattutto un trattamento psicoterapico o medico inefficace perché non corrispondente alla reale condizione dell’individuo.